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Ciclopi Catania Club
4x4
VIAGGIO
IN TUNISIA DI CARLO E
CINZIA VANNUCCI,
FABRIZIO
BRISCHETTO,
CON
GLI
AMICI DELLO "SNAIL'S" DI FIUMEFREDDO
E DI "QUINTA PIENA"
3 - 11
novembre 2003
Con un
cielo moderatamente coperto di nuvole tra le quali faceva capolino un tiepido
sole autunnale e con in corpo l’adrenalina dell’avventura, nel pomeriggio
del 3 novembre 2003 iniziava il viaggio di 16 amici verso sud per trascorrere
quella che era stata definita “la settimana gialla”. La meta era la Tunisia;
ma non quella turistica e conosciuta ai più, bensì quella più aspra e remota,
al di fuori dai normali itinerari. E così, Carlo (io) e Cinzia Vannucci,
Fabrizio Brischetto, Giuseppe Scoglio, Antonio Mammino, Pietro e Sara
Vagliasindi, Giovanni Sapienza, Sebastiano Bonanno, Sebastiano D’Urso, Carmelo
Munzone, Angelo Crimi, Luigi Colletta (la nostra assistenza meccanica), Benny
Seminara, Giovanni Musumeci e Gianni Vicari (la nostra guida “spirituale”),
datici appuntamento sull’autostrada Catania-Palermo, iniziavamo la tappa di trasferimento verso Trapani dove, alle
ore 22.00, ci attendeva la nave per l’attraversamento del Canale di Sicilia.
Ad attenderci c’era anche
una simpatica sorpresa: Il mitico Maurizio
Vitaliano, amico di vecchia data mio e di Gianni, esploratore incallito della
Tunisia, insieme al suo inseparabile Nissan Patrol dell’85, sceso più volte
nel deserto e non sempre ritornato sulle sue ruote…….
Del
viaggio sulla nave c’è poco da dire: per fortuna è stato fatto di notte per
cui si è approfittato del dondolio del mare agitato per riposare nelle cabine.
All’arrivo
a Tunisi nella prima mattinata del 4, scesi dalla nave, abbiamo affrontato la
burocrazia della dogana tunisina, per
fortuna questa volta non troppo logorante. Quindi subito in autostrada verso
sud, transitando nelle periferie di varie cittadine come Hammamet, Kairouan,
Zaafrana, gustando sempre più la varietà dei paesaggi: dal mare alle colline;
dal verde al giallo delle zone predesertiche. Ed ancora Khelifa, dove il buon
Maurizio ha voluto acquistare il pane a focaccia fatto dalle donne tunisine
usando forni posti lungo la strada, per poi fermarci a gustarlo all’ora di
pranzo. Quindi ancora rotta a sud sud/ovest verso Skhira, Gabes e Kebili, dove già
si scorgono le zone paludose periferiche del grande Chott El Jerid, il lago
salato e dove inizia a prevalere esclusivamente un paesaggio arido con orizzonti
piatti, interrotti solo da qualche piccolo rilievo collinare.
Unico
intoppo, una foratura di Giuseppe con la sua Land, subito risolta con
la collaborazione di tutti.
Mancavano
solo 30 Km, ma sembravano ancora un’eternità , dopo tutta la strada che
avevamo percorso. Finalmente, accompagnati da un caldo e coloratissimo tramonto,
raggiungiamo la nostra metà, l’ultimo centro abitato prima del grande
deserto: la cittadina di Douz, porta del deserto e punto di riferimento per i
viaggiatori che vogliono andare a vivere un’avventura piena.
Splendido
l’albergo, dove ogni camera era praticamente un mini appartamento. Varia e
gustosa anche la cena durante la quale, i diciassette amici, si sono scambiate
le emozioni del lungo viaggio odierno. Poi un rapido giro tra i negozi di
artigianato di Douz ed una visita a vecchie conoscenze di Gianni, le guide che
sono spesso impegnate nell’accompagnamento di gruppi di turisti e
fuoristradisti nel deserto: Hedi, Aziz, Abdelati. Poi subito a riposare in vista
nella levataccia di domani.
L’emozione
era tanta, ma questo non poteva distrarre l’attenzione dai mezzi e
dall’equipaggiamento da portare al seguito. Tutto era importante ed andava
controllato. E così, con un tiepido ma ben presente sole che faceva capolino
tra poche nuvole all’orizzonte, 9 autisti ed i rispettivi passeggeri
gironzolavano con ordine attorno ai propri mezzi controllandoli con accurata dovizia, fin
quando veniva dato il via alla carovana. Ovviamente, in vista della prolungata
permanenza nel deserto e considerata la lunghezza del percorso, veniva portato
al seguito un adeguato numero di taniche piene di gasolio.
Via
quindi verso sud est, lungo una strada asfaltata alla meglio e rugosa, stesa in
modo prevalentemente rettilineo su un territorio aspro e giallo, ma pur sempre
vivo. Fino ad uno specifico incrocio dove uno sterrato ben battuto ed in
direzione sud è per noi il preludio al vero fuoristrada puro, verso spazi
immensi ed irreali.
Pochi
sono gli incroci, ma la provata esperienza dell’associazione “Quinta
Piena”, organizzatrice della spedizione, capitanata da Gianni Vicari, fa
sentire tutti ancora più sicuri nell’imboccare una o l’altra pista di volta
in volta, piste che sembrano condurre verso il nulla.
A poco a
poco la pista viene sempre più invasa da piccole dune di sabbia morbida,
formate dal vento, vero padrone delle distese sabbiose, artista nel modellare
forme geometriche incredibili. E gli autisti, provati fuoristradisti in terra
natia, iniziano a prendere confidenza con un terreno ai più ancora sconosciuto.
Finalmente la carovana giunge ad un famoso punto di ristoro anch’esso irreale
per il luogo dove si trova; ed il nome rende l’idea: Caffè “la Porta del
Deserto”. Molti diranno: “lo conosciamo bene, niente di particolare”. Ma
andateci personalmente e sentirete dentro di voi quello che cerco di esprimere.
Una breve sosta per un classico thè verde alla menta, qualche foto e subito in
marcia lungo la pista che ci fa immergere sempre più nell’atmosfera
sahariana.
Ben
presto le dune diventano sempre più presenti sulla pista, fino ad inghiottirla,
creando un unico paesaggio lunare con dossi e cunette, inframmezzati da vere
conce di sabbia, trappole micidiali per chi dovesse restarci dentro. Di tanto in
tanto si incontrano pianori di sabbia più dura con sassi e qualche arbusto, ma
la sera incombe e la carovana arriva, proprio con lo sfondo di un
rosso tramonto, nei pressi di un pozzo chiamato “El Mida”, dove ci si
organizza subito per il campo notturno e, naturalmente, per la cena.
L’immancabile falò fa da richiamo al senso di comunione tra tutti che,
imbandendo un’unica tavola e sforchettando con penne al pesto tipicamente
italiane preparate da Gianni, si scambiano le impressioni e le esperienze appena
provate. Entra anche in scena la guida, Moctar, che, seguendo un rituale vecchio
di secoli, “sforna” una pagnotta di pane fatta da lui utilizzando come forno
la stessa sabbia: buonissimo!!
Un’alba
umida e fredda accoglie gli amici la mattina seguente. Appena il tempo di
smontare le tende bagnate, preparare una buona colazione, caricare tutto in auto
e via verso una nuova giornata ricca di spettacolari paesaggi, incontri
improvvisi ed inaspettati con isolati pastori, passaggi fuoristradistici molto
tecnici che mettono alla prova tutti, uomini e mezzi. Molte le salite lunghe e
ripide che hanno fatto perdere molto tempo alla carovana, tanto che il secondo
giorno di pieno deserto si conclude con un buon ritardo sulla tabella di marcia.
Il tutto è anche aggravato dal fatto che nel Toyota di Luigi Colletta si rompe
il giunto omocinetico di una ruota: la situazione era drammatica, soprattutto
perché uscire da quelle dune alte con solo due ruote motrici sarebbe stato
veramente impossibile. Per fortuna, le provate capacità meccaniche di Luigi
(che ha smontato il pezzo rotto in mezzo alla sabbia) ed il fatto che il suo
Toyota aveva il blocco del differenziale anteriore, hanno permesso al mezzo di
continuare, anche se con un po’ di difficoltà, usando solo tre ruote
motrici!!
Siamo al
terzo giorno di deserto (7 novembre) e la stanchezza inizia a farsi sentire. Le
dune si fanno sempre più alte e le difficoltà aumentano. Ma la consapevolezza
di essere ormai vicini all’obbiettivo dà a tutti la spinta per andare avanti.
La metà era un’oasi ancora poco conosciuta ai più, con un laghetto generato
da una sorgente: Auin (sorgente, in arabo) Audette, detto “Auvinette”.
Davvero spettacolare trovarselo improvvisamente davanti in lontananza dopo aver
superato l’ennesima duna alta, con un misto di colori tra il verde delle
piante ed il blu dell’acqua, il tutto contornato
dal giallo della sabbia e dall'azzurro del cielo. E la discesa verso il lago diventa per tutti una
fase liberatoria per tutta la stanchezza accumulata. Arrivati sulle sue rive, ci
si accorge che la sorgente è un buco di circa 30 cm di diametro direttamente
sul terreno, con uscita costante di acqua dall’odore sulfureo e calda. Un
invito per tutti a tuffarsi e rinfrescarsi per togliersi la polvere di dosso.
Addirittura Pietro ci viene buttato dentro di forza con tutti i vestiti. La
sorgente era nata come perforazione petrolifera. Quando i tecnici hanno trovato
l’acqua anziché il previsto petrolio, l’hanno abbandonata. L’acqua che ne
esce da decenni ha risvegliato quella natura sopita nel deserto, creando un
piccolo paradiso metà di pastori ed animali.
Un
rilassante pranzo con tonno e fagioli e di nuovo via, stavolta verso nord,
risalendo per una pista non segnata e conosciuta da Moctar e dal GPS di Gianni,
perfettamente a suo agio in quell’ambiente. Si superano catene di dune
veramente alte, sulle quali è possibile salire di petto
solo in direzione sud-nord. In questo senso, infatti, le dune sono in
crescente salita, ma fattibili. Ed è uno spettacolo quando, arrivati in cresta,
si staglia davanti il pianoro sottostante distante anche 150 metri. Ed è
emozionante ovviamente lo scenderle lungo una pendenza veramente notevole, che
non lascia spazio ad errori di guida. Le auto già scese, viste dalla cresta,
sembrano formichine. Vorremmo arrivare a Timbaine per fare il campo, ma
l’incontro con alcuni motociclisti in difficoltà ed il nostro tempestivo
aiuto per rimettere in moto un loro mezzo fa perdere molto tempo e ci costringe
ad effettuare il campo in un pianoro tra le dune alte. La luna è splendente e
piena nel cielo e l’ormai conosciuto ed irreale silenzio assoluto del deserto
interrompe ogni pausa delle chiacchierate che facciamo intorno all’ennesimo
falò, dove ci lasciamo andare anche a sinceri giudizi tra di noi. La pasta
preparata da Gianni ed il pane di Moctar fanno da collante.
Siamo al
quarto giorno di pieno deserto ed il sapere che l’avventura sta finendo ci
scoccia un po’. Ma non è ancora finita ed altre difficoltà fuoristradistiche
ci rianimano, sia per la guida che per gli insabbiamenti (per fortuna non
frequenti) che ti portano a pancia a terra sotto l’auto per togliere la sabbia
anche con le mani. La sabbia: incredibile anch’essa come tutto. Ti scorre tra
le dita come acqua, finissima e penetrante dappertutto, ma che non ti sporca.
Raggiungiamo
il pozzo d’acqua di Timbaine, con le famose ed omonime montagne che svettano
nel piatto deserto. Siamo ormai in zona relativamente “turistica”, metà di
numerosi gruppi organizzati. Decidiamo
che è giunta l’ora di rigonfiare le nostre gomme utilizzando dei compressori
portatili per ripristinare la pressione al punto giusto in vista di terreni più
rocciosi. Rapido pranzo con scatolette e relativa foto di gruppo davanti la
“porta del deserto”, un fortino presidiato che segna il passaggio verso il
deserto. Ma noi torniamo alla civiltà, che raggiungiamo dopo una lunga
cavalcata seguendo una pista pietrosa e polverosa che fa baciare terra a tutti
quando raggiungiamo l’asfalto grezzo di un villaggio nella periferia di Douz.
Come già successo nei primi giorni, anche lì veniamo letteralmente assaltati
da gruppi di bambini desiderosi di avere qualcosa da noi, sia esso un capo
d’abbigliamento od una semplice penna. Ed è proprio una fuga quella che
dobbiamo fare per poterci sganciare dopo aver lasciato i nostri doni. Arriviamo
nel nostro splendido hotel, “El Muradi”, nel tardo pomeriggio dell’8
novembre e ci godiamo uno splendido bagno caldo ed una gustosa cena.
L’avventura
non è finita. Il 9 mattina, di buon’ora, ci si riunisce dopo un’abbondante
colazione e, sistemate e controllate le nostre 4x4, ci si mette in marcia verso
il paesino di El faouar, nella parte meridionale del grande “Chott El Jerid”,
il lago salato. Da lì, seguendo una vecchia traccia poco frequentata, siamo
giunti nella zona delle depressioni del lago, per fortuna asciutte, vere
trappole di fango con il terreno bagnato. Percorso obbligato per raggiungere
un’altra oasi poco conosciuta chiamata “Bir Jaunes” che, comunque, non
offre la stessa spettacolarità di Auvinette. Sosta in una piantagione di
datteri che si incontra lungo il tracciato con il relativo acquisto di caschi
interi di datteri e via verso il “Chott El Melah”, una depressione diventata
una delle grandi cave a cielo aperto delle famose rose del deserto. Agglomerati
cristallini dalle varie forme che ricordano comunque i boccioli di rose.
Ce ne sono di tutti i tipi e di tutte le grandezze. I professionisti tunisini
riescono a trovarne anche di centinaia di chili di peso. Noi ci accontentiamo di
quelle più facilmente trasportabili, ma di certo non meno belle.
La fame
incombe, ma decidiamo di non fare campo; sostituita una gomma nel Land di
Giuseppe, alla sua seconda foratura, preferiamo dirigerci direttamente verso
Douz per sederci al tavolo di un ristorante e gustare le specialità tunisine.
Ma questo è il periodo del Ramadan e dall’alba fino al tramonto per gli arabi
è vietato mangiare: tutti i ristoranti sono chiusi. Solo grazie ad un
provvidenziale amico, Mohamed, che gestisce un localino in paese, riusciamo a
mettere in pratica i nostri desideri. Eccoci allora a gustare (senza guardare il
tegame dove veniva cucinato) il “brik el oeuf”, una sorta di uovo fritto
all’interno di una sfoglia, con tonno e prezzemolo; o il classico
“couscus” con carne. Il tutto annaffiato con Coca Cola tunisina e niente
vino, ovviamente. Rientriamo in albergo per una rinfrescata e di sera nuovamente
in paese per ammirare l’artigianato tunisino nei vari caratteristici
negozietti. Diversi gli acquisti ed i baratti con i commercianti locali. Il rientro
in hotel è un po’ triste, perché siamo ormai consapevoli che la vacanza è agli
sgoccioli ed il mal d’africa comincia a farsi sentire. Già vorremmo
ritornare, ancor prima di partire!
Il 10 ci
aspetta comunque una bella cavalcata direzione sud-nord. Decidiamo di non fare
la stessa strada dell’andata, bensì di spingerci un po’ verso est per
transitare dal paesino di Tamezret e fermarci ad ammirare le costruzione
troglodite sotterranee di Matmata, dove approfittiamo di un turistico ma tipico
localino per pranzare. Tra le costruzione sotterranee ne spicca una trasformata
in albergo e dove sono state girate alcune scene del primo film “Guerre
Stellari”. Grande l’ospitalità degli abitanti di Matmata che ci hanno
offerto un buonissimo thè verde all’interno delle proprie abitazioni
sotterranee. Unica stonatura: la costruzione di case più "moderne"
nelle adiacenze delle vecchie costruzioni troglodite. Un mixer veramente
orribile.
Di nuovo
in marcia per centinaia di chilometri attraversando le periferie di Gabes, di
nuovo Kairouan, Hammamet ed arrivo in serata a Tunisi, città molto
occidentalizzata e trafficata di auto. Sistemazione in hotel in pieno centro ed
in serata visita alla famosa “casbha”. Disturba un po’ la petulante
insistenza dei commercianti nell’offrirti i loro prodotti, ma è una
caratteristica del loro modo di vendere e bisogna farci l’abitudine. Facile
però rischiare una lite, soprattutto in quell’ambiente dove ti senti comunque
un vero estraneo. E lo sei. Non ci addentriamo molto in quel dedalo di viuzze
strette e poco dopo, fatti i rituali acquisti, decidiamo di rientrare in hotel .
La
mattina dell’11 è tutta dedicata all’imbarco sulla nave che comporta,
comunque, la tradizionale ultima corsa agli acquisti. Proprio nel luogo
d’imbarco, infatti, i commercianti tunisini hanno allestito un vero e proprio
mercatino. Solo quando entriamo le nostre 4x4 nella stiva della nave ci prende
veramente il magone. La vacanza è finita e ci aspetta un giorno di traversata
che ci riporterà alla realtà della vita quotidiana.
Ma il
“mal d’Africa” si è insediato in noi e già si parla della data di
partenza per la prossima avventura, sicuramente una di quelle organizzate da
“Quinta Piena”.
Carlo Vannucci, Presidente del Ciclopi Catania Club 4x4
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